Ricci, Amico

Memorie storiche delle arti e degli artisti della Marca di Ancona
a tal arte un altro nativo di Fabriano, Alegretto figlio di Nuzio, che avuti i primi avviamenti, forse da questo Tio, si risolse di condursi a Firenze, ed ivi si adoperò con tanto vantaggio che il suo nome fu posto nell’albo degli accademici di San Luca sette anni dopo che questa CompagniaMoreni canonico Domenico, Illustrazione storico critica d’una rarissima medaglia di Bindo Altoviti opera di Michelangelo Buonarroti, Firenze, 1824.
Alla pag. 225. Nel ruolo dei fratelli della Compagnia di San Luca di Firenze tratto dai capitoli originali di essa Compagnia eretta ai 17 ottobre 1339 si ha il nome di Alegretto Nucci, il quale vi fu aggregato nell’anno 1346. Questo ruolo succede ai capitoli della stessa Compagnia, codice originale unico e preziosissimo in pergamena stragrande ora posseduto dal canonico Domenico Moreni di Firenze.
Il detto codice, che si suppose smarrito e che poteva recare gran vantaggio all’abate Lanzi per la sua Storia pittorica, è rammentato nel tomo I, pag. 34, delle vite del Baldinucci (edizione fiorentina del 1767), e nel tomo II, pag. 98 e seguenti sono riportati per la prima volta i capitoli tratti dal medesimo codice e riprodotti dal signor Piacenza nel tomo I, pag. 222, della sua turinese ristampa delle vite scritte dallo stesso Baldinucci.
erasi formata. E se le cure di esso giovarono alla coltura de’ nostri paesi, non gli giovò meno la vicinanza d’Assisi, ove dopo Giotto, operarono i suoi discepoli. L’esser circa questo tempo generale dell’Ordine Francescano e residente in Assisi un frate Giovanni Mini da Morro della Marca può avere ancora coadiuvato a questo scopo chiamandovi qualcuno de’ suoi concittadiniPapini minore conventuale, Descrizione della basilica d’Assisi, pag. 289.. Più che d’altri sappiamo con certezza che quest’Alegretto facendo ritorno da Firenze e da Venezia, dove è noto che parimente aveva con lode lavoratoDa un manoscritto di Vincenzo Lori esistente in Fabriano., pose ogni cura in molte opere che i suoi gli affidarono. Non hanno più vitaIdem. Dice che queste pitture portavano la data del 1345 e del 1349. Colla rinnovazione della chiesa perirono. quelle pitture che sappiamo facesse nel coro della chiesa di Santa Lucia de’ Padri di San Domenico nel 1349; come non esistono più quelle ch’eseguì pel chiostro del monastero di Sant’Antonio Abate fuori di Porta Pisana, dove avendo rappresentati in vari quadri diverse storie del santo, compartite all’uso antico, vi lasciò scritto – Alegrettus Nutius de Fabriano, hoc opus fecit 1366, e non 1364, come venne dal Lanzi riferitoLanzi, Storia pittorica, tomo II, pag. 15.
Da una lettera autografa dell’abate Lanzi scritta il 29 dicembre 1789 all’eruditissimo abate Michele Catalani, che ottenni dalla cortesia del nobile signor Alessandro Evangelista fermano, si riconosce la ragione da cui nacque l’equivoco dell’ultimo numero.
Illustrissimo Signore
«Di Gentile da Fabriano non trovai in patria verun dipinto: udii però, che in una cura di campagna cinque miglia lontana ve n’era uno; ma lo udii dubbiamente. Un altro pittore antico mi venne letto in un manoscritto e vidi ancora un avanzo di pitture nel portico della chiesa di Sant’Antonio Abate con questa soscrizione. Allegrettus Nutii de Fabriano hoc opus fecit 1364; l’ultimo numero l’ho supplito dal manoscritto. È il più antico pittore marchigiano che io conosca, e vuolsi maestro di Gentile. Il suo gusto è d’un mediocre scolaro di Giotto, ma prevale a gran parte de’ giotteschi nel colorito. Dopo tanti anni la sua pittura è meglio conservata, che non dovrebbe in tal luogo, e così esposto».
Nella descritta tavola esistente in Sant’Antonio il nome male si legge, è però chiaro l’anno 1353.
. Se tali dipinti nel muro perirono, rimase però, nella sagrestia di questa chiesa, una tavola dove il Nuzi figurò nel 1353 il titolare sant’Antonio in piedi, d’una grandezza metà del vero, ed ai lati due devoti genuflessi. Spiegò nella figura del santo uno stile abbastanza grandioso, e piene di grazia e di finitezza sono condotte le teste de’ devoti. L’uso di fare ritratti, diceva Lodovico CaracciMalvasia, Felsina pittrice, tomo I, parte III, pag. 382., nei quadri, era un rifugio degli antichi pittori per scarsezza d’invenzioni e che aveva gran voga in quei primi tempi nei quali ogni piccola cosa sembrava un miracolo, ed incontrava assai per la novità e simiglianza. Onde per dar gusto alla corte ed acquistarsi la benevolenza dei dotti di quel secolo,
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