Ricci, Amico
Memorie storiche delle arti e degli artisti della Marca di Ancona
pure dev’essere della medesima scuola un’altra tavola con Cristo crocifisso che rimane nella chiesa di San Francesco di questa città.
Anche la parte settentrionale della nostra provincia godeva de’ medesimi vantaggi e li derivava anch’essa dalla Toscana. Morto Simone Memmi, dice Vasari nel 1343, Lippo suo fratello terminò molte opere che Simone aveva lasciate imperfette. È fra queste una Passione di Cristo che aveva principiato in Ancona per la maggior cappella della chiesa di San Niccolò, nella quale Lippo proseguendo il lavoro, imitò quella che aveva fatto nel capitolo di San Spirito di Firenze. Prosegue Vasari che sarebbe stata quell’opera degna di più lunga vita che per avventura non le sarà concessa, essendo in essa molte belle attitudini di cavalli e di soldati, i quali diresti che con meraviglia stiano pensando se hanno, o no, crocifisso il figliuolo di DioVasari, edizione bolognese dei fratelli Dozza, tomo I, pag. 91.
Saraceni, Storia d’Ancona, pag. 194.. Se quelli d’Ancona dovevano moltissimo a quel Margaritone d’Arezzo che aveva condecorato la loro città d’opere pregevoli tanto d’architettura che di scoltura, non debbono meno ai fratelli Memmi, i quali con quest’esempio giovarono non poco a far avanzare l’arte del disegno anche in questa parte di provincia, dove era coltivata, ma con minore lode, come lo mostra un atto dello statuto osimano del 19 novembre 1306Nell’antecedente capitolo già vedemmo che dal vescovo di Osimo si fece ornare di pittura la chiesa di San Giovanni Battista, ed ora osservo che nello statuto osimano del 19 novembre 1306, paragrafo V, carta 22, colonna 1, si ha questa avvertenza. Ad laudem et reverentiam Dei omnipolentis Beatissimaeque Mariae Matris ejus, et Bealorum Confessorum Leopardi – Vtaliani – Benvenuti, et omnium Sanctorum etc.
Di poi la rubrica 45 del primo libro, carta 26, colonna 5, così è concepita.
De faciendo dipinci picturas S. Mariae. S. Benvenuti, et Cristophori in qualibet porta.
Ed ecco le parole che alla rubrica sussegono.
Ad honorem, et reverentiam omnipotentis Dei, et suce Matris Virginis Mariae et omnium Sanctorum Patris Nostri Benvenuti, et Reatorum Leopardi, et Vitaliani dicimus et pracsenti costitutione sancimus, quod potestas novus prosime venturus, vel alius rector, qui regeret Civitatem Aurimi pro anno proxime venturo tencatur vinculo juramenti infra primos duos menses sui regiminis intrantis teneatur facere dipingi de bonis , et perfectissimis Coloribus de bonis Comunis Auximi in qualiber porta murata, et voltata tam de Civitate, quam de burgis fauram S. Mariae. B. Benvenuti, et Sancti Cristophari, ut ipsis a transeuntibus laudes iterentur etc…
Per l’immagine di san Cristofaro così comune in questi tempi in tal guisa ne scrive Muratori nel suo Trattato della regolata devozione al capitolo XX, pag. 137 (edizione di Venezia 1748). «Famosa, e frequente era una volta la devozione a san Cristoforo perché si spacciava, che chi mirasse la di lui immagine, in quel dì non morirebbe di mala morte, onde quel distico.
Cristophori sancti speciem quicumque teutur Ista namque die non morte mala morietur.
Perciò chi bramava del concorso alla sua chiesa nel frontespizio faceva dipingere San Cristofaro in forma gigantesca, come rappresentano le favole di quel Santo». e la storia d’alcun altro paese. E niun opera giunse certamente a pareggiare quel merito che non si ottenne che in progresso. L’arte de’ mosaicisti è a credersi che a quest’età fosse comune a quasi tutti i pittori, e lo deduco dal vedere indistintamente chiamati pittori tutti quei mosaicisti, dei quali alcuni erano certamente anche pittori propriamente detti, come Lapo, Dato, Duccio, Cimabue, Giotto ecc. Era pittore ancora frate Mino da Turrita, il migliore fra i mosaicisti dopo il risorgimento delle arti, e per tale si soscrisse ne’ mosaici che fece in Roma nell’abside di San Giovanni in Laterano. Jacobus Torriti pictor hoc opus mosaycen fecit. Fra i molti discepoli ch’ebbe frate Mino trovo che vi fu anche un frate Giacomo da Camerino, al quale fu sì benevolo che lo scelse a compagno nel lavoro appunto che fece in San Giovanni affidatogli da papa Niccolò IV nel finire del secolo XIII.
Saraceni, Storia d’Ancona, pag. 194.. Se quelli d’Ancona dovevano moltissimo a quel Margaritone d’Arezzo che aveva condecorato la loro città d’opere pregevoli tanto d’architettura che di scoltura, non debbono meno ai fratelli Memmi, i quali con quest’esempio giovarono non poco a far avanzare l’arte del disegno anche in questa parte di provincia, dove era coltivata, ma con minore lode, come lo mostra un atto dello statuto osimano del 19 novembre 1306Nell’antecedente capitolo già vedemmo che dal vescovo di Osimo si fece ornare di pittura la chiesa di San Giovanni Battista, ed ora osservo che nello statuto osimano del 19 novembre 1306, paragrafo V, carta 22, colonna 1, si ha questa avvertenza. Ad laudem et reverentiam Dei omnipolentis Beatissimaeque Mariae Matris ejus, et Bealorum Confessorum Leopardi – Vtaliani – Benvenuti, et omnium Sanctorum etc.
Di poi la rubrica 45 del primo libro, carta 26, colonna 5, così è concepita.
De faciendo dipinci picturas S. Mariae. S. Benvenuti, et Cristophori in qualibet porta.
Ed ecco le parole che alla rubrica sussegono.
Ad honorem, et reverentiam omnipotentis Dei, et suce Matris Virginis Mariae et omnium Sanctorum Patris Nostri Benvenuti, et Reatorum Leopardi, et Vitaliani dicimus et pracsenti costitutione sancimus, quod potestas novus prosime venturus, vel alius rector, qui regeret Civitatem Aurimi pro anno proxime venturo tencatur vinculo juramenti infra primos duos menses sui regiminis intrantis teneatur facere dipingi de bonis , et perfectissimis Coloribus de bonis Comunis Auximi in qualiber porta murata, et voltata tam de Civitate, quam de burgis fauram S. Mariae. B. Benvenuti, et Sancti Cristophari, ut ipsis a transeuntibus laudes iterentur etc…
Per l’immagine di san Cristofaro così comune in questi tempi in tal guisa ne scrive Muratori nel suo Trattato della regolata devozione al capitolo XX, pag. 137 (edizione di Venezia 1748). «Famosa, e frequente era una volta la devozione a san Cristoforo perché si spacciava, che chi mirasse la di lui immagine, in quel dì non morirebbe di mala morte, onde quel distico.
Cristophori sancti speciem quicumque teutur Ista namque die non morte mala morietur.
Perciò chi bramava del concorso alla sua chiesa nel frontespizio faceva dipingere San Cristofaro in forma gigantesca, come rappresentano le favole di quel Santo». e la storia d’alcun altro paese. E niun opera giunse certamente a pareggiare quel merito che non si ottenne che in progresso. L’arte de’ mosaicisti è a credersi che a quest’età fosse comune a quasi tutti i pittori, e lo deduco dal vedere indistintamente chiamati pittori tutti quei mosaicisti, dei quali alcuni erano certamente anche pittori propriamente detti, come Lapo, Dato, Duccio, Cimabue, Giotto ecc. Era pittore ancora frate Mino da Turrita, il migliore fra i mosaicisti dopo il risorgimento delle arti, e per tale si soscrisse ne’ mosaici che fece in Roma nell’abside di San Giovanni in Laterano. Jacobus Torriti pictor hoc opus mosaycen fecit. Fra i molti discepoli ch’ebbe frate Mino trovo che vi fu anche un frate Giacomo da Camerino, al quale fu sì benevolo che lo scelse a compagno nel lavoro appunto che fece in San Giovanni affidatogli da papa Niccolò IV nel finire del secolo XIII.
p. 72
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Edizione cartacea
Informazioni bibliografiche
Ricci, Amico, Memorie storiche delle arti e degli artisti della Marca di Ancona, Macerata, Tipografia di Alessandro Mancini, 1834
Edizione digitale
Acquisizione
Marco Pochesci
Codifica
Marco Pochesci
Revisore
Marco Pochesci
Data di pubblicazione
30/6/2024
Revisioni all'edizione digitale
Revisore
Marco Pochesci